* PROCESSIONI DI INCAPPUCCIATI E RITI RELIGIOSI di Francesca Colosi

I penitenti sono coperti dalla testa ai piedi perché sono quegli uomini che si fanno chiamare ‘babbaluci’, così come i siciliani chiamano le lumache. E come le lumache i penitenti si portano dietro la corazza.

Penitenti oppure incappucciati, dato che non scoprono nemmeno il volto.
Eccoli tutti chiusi nelle loro lunghe tuniche bianche o rosso sangue, si preparano all’uscita: all’inizio sono nelle cripte, nel sottosuolo delle chiese normanne e barocche, tra catacombe semibuie e sacrestie che odorano d’incenso. Là avviene la vestizione pasquale.
La settimana santa comincia la domenica delle palme nel Duomo settecentesco di Ganci, tra le montagne delle Madonie. All’interno della chiesa è esposto lo splendido Giudizio Universale dello zoppo, soprannome di Giuseppe Salerno, artista nato nel 1570.
Da qui, rami di palma raggruppati in fasci e ornati con grappoli di datteri, fiori, croci e canestrini vengono portati in spalla dai confrati abbigliati per l’occasione in costumi di sete vecchie di secoli. Svetta la torre del Castello dei principi Ventimiglia, sfilano i fasci e c’è il rullo dei tamburi, il passo solenne e la benedizione in segno di pace.
A San Pier Niceto, sui monti Peloritani, il martedì santo marcia il corteo degli angioletti d’oro. Quel giorno le famiglie vestono i bimbi, quel giorno in cui nessuno ha la faccia da diavolo. Per decorarne l’abito, l’intera popolazione del villaggio offre o presta gli ori di casa. Catene sfavillanti, smeraldi e rubini fanno delle giovincelle signore vanitose avanti negli anni.
E l’atmosfera istrionesca non finisce qui. Il Giovedì santo a Marsala duecento attori rievocano la Passione. Si muovono lungo la via XI maggio, passano davanti al cinquecentesco monastero di San Pietro, il Palazzo Senatorio e il Comune di un paio di secoli dopo. Il duomo è al centro dell’itinerario, d’origina normanna e ricostruito nel XVII secolo con colonne di marmo di Corinto e abbellito con le statue scolpite dai Gagini. Con le parrucche, le armature e la regalità delle Veroniche si sfoggiano broccati e gemme trasparenti. Poi ci sono le ‘vare’, cioè le statue di Gesù e Maria e i simulacri di legno intagliato e d’antica argenteria.
Il giovedì santo è a Villalba, nell’entroterra nisseno, dove i dodici apostoli partecipano al rituale lavaggio dei piedi raccontato dal Vangelo e a un’ultima cena che è banchetto vero e proprio. Tutto si svolge nelle vie affollate che s’impregnano del profumo di bouquet di frutta.
Poi arriva il venerdì santo. A Trapani, fuori dalla Cattedrale di San Lorenzo che contiene una crocifissione di Van Dyck, c’è la processione dei Misteri. A Lipari, nelle Eolie, gli incappucciati tra ceri e torce accese di fiammelle si caricano un crocifisso sulle spalle. Il clima è greve, la preghiera aleggia nelle cadenze del siciliano, Ave Maria e Padre Nostro, e poi si sussurrano le preghiere personali, quelle che a volte chiedono miracoli.
La banda intona una musica funerea e piena di pathos. Cristo morto e l’Addolorata sono seguiti dalla marcia funebre che procede lenta. A un certo punto cala il silenzio.
La processione incede mentre parte del popolo è fermo ai lati della strada, chiede perdono della colpa che lo ha afflitto o del peccato appena compiuto. Eppure, la pasqua siciliana non è solo religiosità, è anche simbolo di rigenerazione e fertilità, speranza e attesa di una nuova sorpresa.
Quel Cristo morto risorgerà a Trapani al cospetto della bella torre di Ligny, resto della fortificazione spagnola, e a Lipari nella piazza Marina Corta colma di gioia e di tripudio, tra colombe bianche e giochi d’artificio brillanti e assordanti.
Il venerdì santo è anche a San Fratello, sui Nebrodi dove, nell’aria di montagna, i giudei fanno teatro e incitano alla scorribanda tra cavalli e muli dal manto lucido. Qui vi è la rappresentazione del riscatto del popolo alla sudditanza, e tutto si manifesta con prosaicità, costumi sontuosi e lo stridore della ferraglia che ricorda gli strumenti di tortura di una volta.
Ci sono i musicisti, i saltimbanchi, i demoni e gli spiriti del male. Ma anche la vita, la morte e le tenebre: è la bufera degli animi.
A San Biagio Platani, in provincia di Agrigento, i madunnari, cioé i devoti alla Madonna, e i signurara, i devoti al Signore, costruiscono due enormi archi che richiedono ad artigiani, panettieri, pasticceri e studenti un lavoro di mesi. Le strutture diventano contenitori di ricami, pani, glassa di zuccheri color pastello, zagare, arance, rosmarino e rami di palma. E poi appaiono vistose le cupole, i rosoni e i campanili, anch’essi guarniti con pasta, datteri e legumi per disegnare le scene del Nuovo Testamento.
Ecco la festa. Forse un fatto effimero. Forse una catarsi tra paesi sperduti, città rococò e un’isola delle Eolie che per la settimana santa abbandona l’appeal di mondana e si fa dolce e austera.
In Sicilia, ora, ogni pezzo di terra ha la sua processione, la sua festa, la sua passione, la preghiera e il suo Cristo.

In
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: